In Breve
- Cosa sono gli organoidi cerebrali sviluppati dalla Johns Hopkins Medicine?
- Sono mini-cervelli generati da cellule staminali che modellano la risposta ai farmaci nei pazienti con Alzheimer.
- Qual è il ruolo dell'escitalopram negli studi sugli organoidi?
- L'escitalopram è stato utilizzato per osservare le risposte molecolari degli organoidi derivati da pazienti e soggetti sani.
- Che potenziale hanno le vescicole extracellulari degli organoidi?
- Possono fungere da biomarcatori della malattia o indicatori della risposta al trattamento.
Una nuova frontiera nella ricerca sull’Alzheimer è stata aperta dai ricercatori della Johns Hopkins Medicine, che hanno sviluppato organoidi cerebrali rombencefalici a partire da cellule staminali pluripotenti indotte. Questi mini-cervelli, delle dimensioni di un pisello e capaci di produrre serotonina, rappresentano un importante strumento per modellare la risposta individuale ai farmaci utilizzati per trattare i disturbi psichiatrici associati alla malattia di Alzheimer.
Gli organoidi hanno dimostrato di riprodurre su scala molecolare caratteristiche tipiche della neurodegenerazione, evidenziando differenze nelle proteine coinvolte nella comunicazione neuronale, nelle risposte infiammatorie e nei percorsi associati alla malattia. Durante gli esperimenti, centinaia di organoidi derivati da pazienti e da soggetti sani sono stati trattati con escitalopram, un inibitore selettivo della ricaptazione della serotonina. I risultati hanno mostrato risposte molecolari eterogenee: in alcuni organoidi si è registrato un incremento delle proteine legate alla segnalazione serotoninergica e alla comunicazione cellulare, mentre altri hanno mostrato una risposta molecolare scarsa o nulla.
Inoltre, gli studi hanno analizzato le vescicole extracellulari rilasciate dagli organoidi, trovando al loro interno proteine coinvolte nella comunicazione neuronale, nella memoria e nel rilascio di neurotrasmettitori. Questi risultati suggeriscono un potenziale ruolo di queste vescicole come biomarcatori della malattia o indicatori della risposta al trattamento.
Vasiliki Machairaki, una delle ricercatrici coinvolte nello studio, ha sottolineato che questo modello potrebbe servire, su larga scala, per identificare sottogruppi di pazienti con maggior probabilità di rispondere a determinati farmaci, orientando così trattamenti più mirati. Vincenzo Andreone ha aggiunto che la sperimentazione si concentra sulla gestione dei sintomi psichiatrici — come insonnia, agitazione, depressione e allucinazioni — che colpiscono circa il 90% dei pazienti con Alzheimer, avvertendo però che queste ricerche non propongono terapie in grado di modificare il decorso della malattia. Sarà necessario del tempo prima di vedere applicazioni cliniche concrete di queste scoperte.
